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ORDINE DEGLI ARCHITETTI DI ROMA E PROVINCIA
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Alfonso Mercurio

AMA Group - Roma

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Il desiderio della maggior parte dei neo-architetti ?andare all’estero nello studio famoso.

Non tutti sanno che si pu?fare la stessa esperienza restando in Italia.

Lo studio AMA, Alfonso Mercurio Associates, secondo la rivista "World Architecture" ? per fatturato, il 1?in Italia, vi ci lavorano c.ca 75 persone tra Roma e Singapore, ora c’è anche la sede di Shanghai.

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Architetto Mercurio, lavorare in tale studio ?una esperienza con la E maiuscola.

Non tutti gli architetti amano parlare dei propri collaboratori...

Dare loro il giusto spazio

E?una scelta precisa che ho sempre fatto e che ritengo doverosa.

Molti di loro sono cresciuti con me. C’è l’esempio di quattro geometri che quando sono venuti qui non erano molto sensibili ai problemi architettonici ed anche in termini di cultura generale avevano molte lacune: oggi stanno prendendo la laurea breve con risultati eccellenti e questi sono motivi di grande soddisfazione.

Aiutare i giovani a crescere, non soltanto dandogli il lavoro, ma anche dandogli la possibilit?di avere soddisfazione professionale ? per me un grosso motivo di orgoglio.

Infatti il titolo dell?ultima monografia su di noi dell’Arca ? A.M.A. group, non Alfonso Mercurio (A.M.A. group —Alfonso Mercurio Associates- The Space of Modernity —Arcaedizioni- ndr).

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Che consiglio ritiene di dare ad un giovane architetto?

Noi italiani siamo ancora convinti che l’architetto deve essere comunque un lupo solitario, fare il professionista da solo e che se va a lavorare in una struttura pi?grande ?riduttivo. ? un errore perch?poter stare alla pari con organizzazioni omologhe internazionali, inevitabilmente dovremo puntare su delle strutture pi? significative, proprio da un punto di vista dimensionale, operativo, economico e quindi significa che sempre di pi?i giovani architetti dovranno pensare di lavorare in una struttura di questo genere, italiana o non. All’estero ?un fatto naturale, la dimensione media di uno studio americano non ?certamente quella che abbiamo in Italia, quindi il fatto di voler fare a tutti i costi il libero professionista da solo, non credo sia una scelta positiva. Credo che l’esperienza in una struttura pi?ampia sia importante. Sono altrettanto importanti le lingue straniere e saper viaggiare .

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Nel suo studio ci sono molte donne. Cosa pensa delle donne architetto?

Per un fatto casuale le leaders dello studio sono spesso state le donne.

Alcune le abbiamo perse perch?hanno mollato per la famiglia.

Le donne sono pi?organiche, pi?organizzate, gli uomini sono meno ordinati, forse per?pi?creativi.

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Cosa ne pensa del disegno automatico?

Noi cominciammo ad usare il computer 20 anni fa.

Io penso che oggi non si pu?fare a meno in nessun modo del sistema informatico.

Non ?indispensabile nella fase creativa.

Bisogna ricordarsi che ?solo uno strumento.

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Architetto perch?non ci racconta di quella volta che fu invitato a proporre un progetto a Austin e sbaragli? tutti realizzando una splendida prospettiva a mano libera.

E?un’episodio significativo. C’era una sorta di gara ad ostacoli per la progettazione di un complesso industriale della AMD ad Austin in Texas, io fui invitato perch?avevano visto il progetto di Avezzano. Insieme a me c’erano societ?importanti, americane e tedesche, che partecipavano con architetti ed ingegneri di processo. L?obiettivo era quello di presentare un’ipotesi operativa, un pre-conceptual design. Poi si sarebbe dato un punteggio ed ipxo facto si sarebbe saputo chi avrebbe realizzato il progetto. Io stavo l? con un amico, che tra l’altro mi aveva segnalato, lui era texano, pi?anziano di me, un amministrativo, che quindi mi faceva solo compagnia. Invece questi altri gruppi erano gruppi di decine di persone e allora per "piet? una societ?tedesca mi distacc? un ingegnere impiantista. Insomma io, in due giorni, elaborai questa idea preliminare ed inaspettatamente vincemmo questa gara: ero molto sorpreso. Questo credo, sia uno dei connotati degli italiani, non so quanto lo siano ancora, la scuola ?cambiata molto in questi ultimi trent? anni. Noi avevamo una grande capacit?sintetica ed una preparazione molto varia. Gli americani hanno una preparazione settoriale e quindi per loro ?difficile arrivare ad un qualche cosa che rappresenta un comune denominatore per tutti quelli che lavorano attorno ad un progetto, per noi ?piu facile: noi ci spingiamo in avanti, magari con superficialit? Io credo che noi abbiamo capacit?a compensare ed a proporre le idee in maniera sintetica con pi?velocit?di quanto non lo facciano, per esempio, gli anglosassoni.

Io durante l’universit?feci una buona esperienza in tal senso, quella dello scenografo?Dovevo inventare in poco tempo e con pochi soldi.

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Mies van der Rhoe ha detto: "la forma non ?lo scopo del nostro lavoro" "la forma come fine ?formalismo" cosa ne pensa?

La forma ?una parte del nostro lavoro, non si puo distinguere la forma dalla funzione, sono due aspetti che devono trovare una coniugazione corretta, un architetto non pensa mai esclisivamente in termini di funzione o esclusivamente in termini di forma.

Uno scultore si pu?anche permettere di pensare soltanto in termini di forma.

Io temo che alcuni esempi di architettura moderna siano delle macrosculture piuttosto che architetture. La funzione non ?eccellente, si privilegia l’aspetto formale perch?gli obiettivi non sono piu tanto quelli di far funzionare la macchina architettonica ma quelli di rappresentare dei simboli, dei richiami che hanno dei riscontri economici molto importanti.

La sua progettazione ?prevalentemente industriale, la funzione in che modo ha condizionato la sua creativit?

Non c’è antinomia tra creativit?e funzionalit?

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Recentemente ?stata pubblicata una monografia dell’Arca su di Lei, che intende per -Spazio della modernit??

Veramente non ho dato io il titolo.

Questo libro ?nato da una richiesta della redazione dell’Arca di New York -nemo profeta in patria- probabilmente loro ritengono che gli architetti europei, gli italiani in particolare, siano in qualche modo sempre abbinati a quelli che sono i canoni classici, l’idea della modernit?in uno studio italiano probabilmente li ha attirati.

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Spesso alcuni complessi industriali cosiddetti di "tendenza" hanno avuto successo ma solo all’inaugurazione, la sua invece ?una progettazione in fieri, in grado di pensare anche alla manutenzione. Cosa pensa al riguardo?

Pu?darsi che mi sbagli ma credo che un progetto industriale per la produzione di microchips di Rogers dovette essere pesantemente rimaneggiato. C’erano dei problemi funzionali molto pesanti. Paradossalmente uno sarebbe portato a fare la metafora della macchina, ma questa non funziona perch?gli edifici per i microprocessori hanno dei problemi relativi alle vibrazioni e alla contaminazione dell’aria, richiedono quindi un?architettura molto "pulita" che non pu?essere fatta con tubi che escono fuori, tiranti o penetrazioni di cavi.

Qualsiasi forzatura architettonica ?discutibile.

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Ha mai rifiutato una commessa?

Si due: dell’italgas e dell’Edilprop. Non era possibile accettare lo sfruttamento degradante dell'’architetto. Non pagavano.

Certo all’inizio della professione ?difficile rifiutare.

I buoni sentimenti costano!

Il committente ?importante per iniziare ma poi ci vogliono altre cose?/p>

Io ho iniziato a lavorare, per una serie di circostanze della vita, per la Texas Instruments.

I primi approcci con gli architetti della Texas, che tra l’altro aveva architetti importanti: Felix Candela, Richard Colley, Ford O? Neil, furono difficili. Quando fui scelto in Italia per seguire un progetto a Rieti dovetti andare praticamente a passare un’esame in America, che fu un’esame duro, un p?per l’inglese che allora parlavo male, un p?perch?gli americani non erano molto disponibili.

All’inizio fui accettato con molte riserve, poi piano piano capirono che ero all’altezza della situazione, e quindi diventai prima il loro architetto in Italia, poi il loro architetto in Europa e dopodich? quando mor?Richard Colley, io fui nominato world wide architect della Texas Instruments.

Non c’e dubbio che l’approccio iniziale ?stato un’approccio dovuto a circostanze, per?poi la gestione di questo rapporto trascendeva da queste. Gli americani in questo sono molto pragmatici: se sbagli ti cacciano!

Cos?come rispettano una persona che da?delle risposte positive a quelle che sono le loro aspettative con la stessa determinazione ti fanno fuori il giorno dopo ed ?tipico di una logica che non ? italiana.

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Lei ha avuto modo di lavorare con Gardella, che esperienza fu?

Si ho lavorato con lui tanti anni fa.

L’impatto fu drammatico, venivo da esperienze neo-barocche

Lui demol?le nostre idee, allora avevo uno studio con altri due architetti, proponendo delle cose molto semplici, anche se molto cospicue dal punto di visto dimensionale. Eravamo sconcertati.

In realt?poi, io non credo che esista una verit? le espressioni sono tante, l’importante ?che per?qualsiasi espressione risponda a dei canoni che sono appunto quelli della funzionalit? della logica economica e della percezione positiva in un ambito che dipende dalla realt?sociale.

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Cosa pensa della professione architetto, in Italia ?

In Italia noi lavoriamo molto con la St che ?una societ? italo-francese, ma di mentalit?internazionale.

Con la committenza italiana non internazionalizzata il rapporto ? molto negativo.

Anzitutto perch?in Italia, qualsiasi cosa si faccia, si f? in tempi storici. Ci sono dei coinvolgimenti di varia natura molto pesanti e poi perch?sostanzialmente in Italia il rispetto per l’architettura ?modesto.

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Non c’è forse in Italia troppa polemica a volte strumentale?

Quando andai la prima volta in America, il capo dello studio con cui collaboravo mise insieme l’ingegnere strutturista, l’impiantista, l’elettrico, l’architetto dei giardini e poi Io. Dovevamo cercare di impostare il progetto. Io ricordo che il primo giorno dissi: "facciamo cos? e tutti mi dissero "s?bravo facciamo cos?. Il giorno dopo successe la stessa cosa e la cosa mi colp?perch? se fossi stato in Italia, con tecnici italiani, sarei stato comunque sbranato per un fatto aprioristico .

Il terzo giorno quando stavo per ridire la mia non dissi pi?nulla.

Pensavo che alla fine mi avrebbero aggredito.

L’inevitabile auto-protezione italiana aveva prevalso.

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Quando ci si rende conto di essere "arrivati"?

Quando sei un architetto giovane non hai un grande potere, in Italia meno che mai, perch?non c’e l’hai mai. Io mi sono reso conto che arrivi ad un certo momento della tua professione, in cui hai testimoniato le capacit?tue e della tua struttura, che quello che dici, nei giusti contesti, ha peso.

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All’estero i giovani hanno pi? credibilit?

I giovani la credibilit?devono guadagnarsela, non si ottiene gratis.

Io credo che in Italia non hai credito n?se sei grande n? se sei giovane.

C’è poco interesse. Io ricordo che in Italia quando qualcheduno ti chiamava per fare qualcosa esordiva dicendo: archit?mi fa un progettino?

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Oggi mancano i committenti o i committenti sono ignoranti?

Il committentente principale ?lo Stato e lo Stato ?avaro e non si celebra, per fortuna o per sfortuna.

In Francia ci sono stati dei Presidenti che hanno lasciato un segno.

In Italia chi lascia la traccia? il Presidente del Consiglio? Hanno paura perch?poi vengono aggrediti, criticati. Questo ?sempre stato un paese dilaniato dalle invidie.

Cosa pensa dell’architettura oggi in Italia

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C’è un progettista che stima particolarmente?

La mia preparazione culturale e architettonica per molti anni era spasmodicamente fatta sui libri o sulle riviste, per?ad un certo punto mi sono rotto le scatole, anche perch?credo bisogna avere il coraggio di elaborare le proprie idee.

Piano ?uno dei maggiori esponenti dell?architettura italiana e credo che Piano sia riuscito a proporsi in maniera significativa all’estero, che non ?facile, perch?noi siamo penalizzati quando si passa dalla fase creativa a quella attuativa.

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Cosa pensa di Roma, ci sono in giro cantieri importanti?/font>

Quali sono? l’Auditorium? Mi sembra che anche in questo senso, abbiamo un atteggiamento provinciale, se escludiamo Piano, gli altri interventi non sono Italiani. Sembra quasi che se non l’avessero fatto gli stranieri sarebbe stato una sorta di provincialismo, invece ?esattamente il contrario.

Invece giudico in maniera molto negativa l’intervento dell’Ara Pacis, non tanto per Mayer, che sicuramente ?un’architetto di qualit? ma perch?non ce n’era alcun bisogno. La struttura che la conteneva prima era di un insigne un’architetto italiano: Morpurgo. Io i soldi li avrei spesi diversamente. Anche in questo c’è un’atteggiamento di vassalaggio culturale degli italiani che ?inaudito, dovremmo invece essere dei leaders sempre.

Abbiamo fatto cultura per duemila anni.

Oggi o facciamo poco o non lo facciamo vedere.

I Francesi si sanno autopropagandare.

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Architetti si nasce o si diventa?

Ci si nasce e ci si diventa, la scelta ?elettiva, naturale, cromosomica, per?l’esperienza e la capacit?progettuale uno se la forma.

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Qual??il segreto del suo successo?

Determinazione e fortuna, ma sostanzialmente bisogna credere in quello che si fa, perseguire le strade che si sono intraprese anche nei momenti bui, contornarsi di persone che condividono le tue posizioni.

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Se non avesse fatto l’architetto cosa avrebbe fatto?

Non mi sono mai posto questo problema.

Non mi sarei messo a fare il calciatore o il cantante. Per educazione ero orientato a prendere la laurea. Io cominciai l’universit? facendo ingegneria, ma fu una scelta di mio padre. Dopo un anno lasciai ingegneria e mi iscrissi ad architettura: fui cacciato di casa. Quindi cominciai a lottare per essere architetto e cos?incominciai a lavorare facendo lo scenografo per mantenermi.

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E adesso suo padre cosa dice?

?molto orgoglioso.

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Ama Group

intervista ai componenti dello studio

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Precedenti interviste

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