3 domande ricorrenti:
dieci mesi a Parigi.
1. Ska sotto la pioggia
Sottofondo musicale ¨C parte una cover ska della canzone tormentone dei film di James Bond.
¡°Chi sono questi che suonano?¡± - Chiedo al mio coinquilino.
Ecco la prima domanda ricorrente. Il coinquilino francese si chiama Ludovic, alloggia nella stanza accanto alla mia di fronte alla cucina e conosce la musica.
Sono nel quattordicesimo arrondissement, sud di Parigi, vicino a Montparnasse, ¨¨ sabato mattina, fuori dalla finestra piove e balliamo in corridoio scherzando sul sole giamaicano che vorremmo anche qui nel cuore della Francia ma non c¡¯¨¨.
¡°Sono gli Skatalites¡± risponde ondeggiando il capo.
Ed ecco la prima risposta.
Capitano periodi nella vita in cui si raccolgono risposte. Poco pi¨´ di dieci mesi a Parigi sono serviti per accumulare qualche certezza ma soprattutto tante domande. Alcune, come questa, ricorrenti.
2. Linea 4 e poi¡
Soggiorno assolato. Mappa della metropolitana in mano
¡°Come ci arrivo fino a l¨¬?¡± - chiedo a Manon.
Lei ¨¨ la terza coinquilina di questo quarto piano colorato. E¡¯ bretone e ama il mare ma, in sette anni trascorsi nella capitale, ¨¨ diventata esperta dei cambi pi¨´ veloci da effettuare nel sottosuolo parigino.
¡°Prendi la quattro fino a Chatelet e poi cambi con la 14. Il cambiamento ¨¨ pi¨´ rapido che con la sei a Denfert. Mi raccomando mettiti nei vagoni centrali cos¨¬ hai la coincidenza per la 14 davanti a te all¡¯uscita della 4.¡±
Tutto calcolato per non perdere tempo. Forse per questo la Francia ¨¨ la patria delle abbreviazioni: Unif al posto di universit¨¤; Coloc al posto di colocataire; Archi al posto di architecture; A plus al posto di a plus tard. La 4 al posto di la ligne 4 du m¨¦tro.
Capitano periodi nella vita in cui ci si addentra in sottosuoli ignoti. Ci sono voluti dieci mesi a Parigi per abituarmi alla metropolitana e alle abbreviazioni-scorciatoie francesi. Senza guida.
3. Cip et ciop
Il Dipartimento di Sviluppo Urbano si trova al secondo piano dell¡¯edificio ¡°Miollis¡±, a breve distanza dalla Sede Centrale dell¡¯UNESCO (United Nation Educational Social and Cultural Organisation), progetto di Marcel Breuer e Pierluigi Nervi.
¡°Ma cosa ci fa un Architetto all¡¯UNESCO?¡± ¨C chiedo a me stessa una volta vinta la Borsa Leonardo. E parto per scoprirlo.
Lo Sviluppo Urbano ¨¨ un dipartimento interno al Settore di Scienze Umane e Sociali. E¡¯ uno dei pi¨´ piccoli dipartimenti di tale Settore, sia come personale coinvolto che come fondi distribuiti. Ma c¡¯¨¨ un gran da fare.
Il principale obiettivo, come si evince dal nome stesso, ¨¨ di favorire lo Sviluppo Urbano in quelli che oggi vengono denominati i ¡°Paesi del Sud¡±: Asia, Africa e Sud-America.
Attraverso il lancio e la gestione di programmi intersettoriali e internazionali, il Settore si prefigge l¡¯ambizioso scopo di predisporre e guidare progetti di recupero urbano e sociale in varie aree del mondo, spalleggiati dal nome prestigioso dell¡¯Organizzazione.
In soldoni questo significa che al secondo piano dell¡¯edificio Miollis, il Signor Solinis e il suo team si occupano del Sud-America, la Signora Colin invece concentra la sua attivit¨¤ nei Paesi del Nord-Africa e dell¡¯Asia.
Io atterro il primo giugno alle dipendenze di Madame Brigitte Colin. Mi carica di pubblicazioni da studiare per conoscere le modalit¨¤ di intervento e le persone coinvolte.
¡°E¡¯ soprattutto un lavoro di gestione di ampi programmi. Serve una buona dimestichezza nelle lingue e facilit¨¤ nei rapporti umani. Niente progettazione dunque. E¡¯ un lavoro di gestione.¡±
Questa ¨¨ l¡¯introduzione un po¡¯ brusca della mia responsabile.
La stanza B-2.37 si trova in fondo al corridoio del dipartimento, ha due pareti completamente vetrate dalle quali si pu¨° ammirare la Tour Eiffel.
Di fronte alla mia piccola scrivania lavora Ioana, ragazza rumena impegnata nei problemi mondiali delle (scarse) risorse di acqua. Alle mie spalle Synnove, norvegese altissima specializzata nelle migrazioni umane urbane. Infine Sandr¨¤, francese dai capelli lunghissimi, alle dipendenze anche lei di Madame Colin.
Il primo impatto con loro tre ¨¨ freddo e distaccato. Niente a che fare con le atmosfere cui sono abituata negli studi di architettura, in cui si ¨¨ un po¡¯ tutti nella stessa barca, con le stesse competenze e background similari. Qui sono la sola ad aver studiato architettura, l¡¯unica italiana e l¡¯ultima arrivata.
Il mio compito consiste nel lavorare insieme a Sandra per l¡¯organizzazione di un¡¯importante riunione in Marocco a fine Novembre 2003. Ma non solo. Cominciamo subito con il partecipare a diverse conferenze come rappresentanti del Settore Urbano. Si prendono appunti, si stabiliscono contatti per cercare nuovi partners e alla fine a 4 mani viene redatto un resoconto per la responsabile.
Cos¨¬ io e Sandra impariamo a conoscerci, a collaborare e a intrecciare le nostre conoscenze in modo costruttivo. Presto ci soprannominano Cip et Ciop.
La missione da organizzare in Marocco ¨¨ una cosa grossa. Verranno riuniti tutti i capi progetto di un vasto Programma intersettoriale ¨C Petites Villes Coti¨¨res Historiques ¨C e i Sindaci e le Ong saranno invitati a parlare delle loro citt¨¤. Dobbiamo gestire i rapporti con le persone presenti, vegliare al buon funzionamento della Riunione e preparare la documentazione necessaria, tra cui una brochure di presentazione del Programma e un Rapporto di Valutazione in stretta collaborazione con l¡¯Arch. Rachid Sidi Boumedine, urbanista esperto in paesi arabi.
Il Programma ¡°Petites Villes Cotieres Historiques¡± ¨C piccole cittadine costiere storiche ¨C ¨¨ stato lanciato nel 1996 per tutelare e indirizzare lo sviluppo di alcune piccole cittadine sulle Coste del Mediterraneo che presentavano un interesse storico e architettonico pregiato ma che, in conseguenza dell¡¯emigrazione degli abitanti verso centri pi¨´ grandi, venivano abbandonate. Allo stato attuale il programma comprende 5 casi di studio: Essaouira (Marocco), Saida (Libano), Mahdia (Tunisia), Omisalj(Croazia) e Jableh (Siria).
Per le diverse problematiche presenti (erosione marina, conservazione dei centri storici di interesse architettonico e urbanistico, tutela di attivit¨¤ artigianali e difficolt¨¤ sociali come disoccupazione e povert¨¤) sono coinvolti diversi Settori interni all¡¯UNESCO (IHP, CSI, Uffici Regionali di Venezia e Beirut) per il supporto finanziario e alcune Universit¨¤ francesi e belghe (Nantes, La Rochelle, Gembloux) per il sostegno tecnico .
Alla fine di Novembre dunque partiamo in missione in Marocco per visitare i cantieri e organizzare questa riunione che ¨¨ decisiva per il futuro del Programma. Sono sei giorni di fuoco, l¡¯attivit¨¤ ¨¨ intensa, le persone presenti sono cariche di aspettative, la posta in ballo ¨¨ alta: si devono valutare i risultati ottenuti dal Programma in questi anni, decidere se continuer¨¤ nel futuro e con quali modalit¨¤ o indirizzi. I pareri sono discordi ma dopo tre giorni di dibattito vengono enunciate delle raccomandazioni da parte di esperti internazionali e l¡¯UNESCO decide di continuare a sostenere i progetti. E¡¯ un successo, abbiamo vinto.
Ecco dunque cosa fa un Architetto all¡¯UNESCO. Mette le proprie competenze e conoscenze al servizio di programmi internazionali. Non fa progettazione. Non fa concorsi. Ma lavora in collaborazione con molte persone provenienti da campi diversi con in mente un obiettivo comune, lo sviluppo urbano e la conservazione del patrimonio esistente, in tutti i paesi, in tutte le condizioni, soprattutto quelle meno favorevoli.
Personalmente ¨¨ stata un¡¯esperienza che mi ha aperto gli occhi su molte situazioni mondiali, politiche, sociali, economiche ma anche urbane che conoscevo poco e male. Non ho cambiato il mondo, ma ho imparato altri aspetti dell¡¯essere architetto che all¡¯universit¨¤ nessuno mi aveva mostrato.
Capitano volte nella vita in cui si fanno esperienze che lasciano addosso insegnamenti speciali. I miei dieci mesi a Parigi sono stati fatti dalle persone incontrate, dai contatti di lavoro, dalle scoperte con le colleghe, da qualche concorso di idee fatto con lo spirito di chi si vuole divertire e soprattutto dalle domande - ricorrenti o meno - che ho imparato a non temere.