|
Roma,16 settembre 03
Intervista al prof. Ippolito Pizzetti
a cura dell'Arch. Valeria Caramagno
D.:Professor Pizzetti, la sua attivit varia e quanto mai interessante: la costruzione e il restauro dei girdini, l’insegnamento universitario, la riflessione poetica penso al prezioso libretto “Robinson in citt, vita privata di un giardiniere matto- , la divulgazione manualistica sulle tecniche del giardino, il tutto intriso da un elegante ironia di una persona vivace, schietta all’approccio umano.
Come vive questi aspetti di un’arte - quella del Giardino - che cresciuta e si affermata come paesaggismo in Italia proprio nell’arco della sua carriera?
R.:Quando io studiavo e mi sono laureato in lettere, esisteva un corso di Arte del Giardino e dell’Ornamentazione. Ma oggi anche dire Arte dei Giardini un grosso paradosso, non ha pi senso perch i giardini privati sono ormai rarissimi e carissimi, pochi se li possono permettere, il giardino privato diventato un fatto del singolo. Perch il privato nel proprio giardino lavora come gli ispira il suo estro, e quindi non esiste alcuna regola.
Invece quello che diventato il paesaggismo, ha assunto una sempre maggiore importanza sia perch sono sorti dei nuovi quartieri e sia perch, mentre una volta il giardino pubblico era un luogo principesco, oggi diventato un luogo, una necessit pubblica fondamentale, perch la gente va quindici giorni all’anno in vacanza a Honolulu, ma poi ha bisogno di luoghi per i fine settimana e il tempo libero, quindi il problema sono diventati i parchi pubblici e il loro uso.
Come esempio cito sempre Disneyland, non perch sia da imitare, per nulla, ma perch vi lavorano architetti chiamati da tutto il mondo e ci va tantissima gente per divertirsi, e ne paga il biglietto; quindi il parco si mantiene, dunque ha una sua vita. Se pensiamo ai parchi dei sovrani della Francia di un tempo, come Versailles, questi erano vivi perch erano i luoghi per le feste da ballo, la caccia, le parate dell’esercito; oggi se visitiamo questi posti vediamo che sono contenitori bellissimi, ma non c’è pi il suo contenuto, la gente e la vita collettiva, come la Scala se non dessero le opere.
Lo stesso succede con i giardini: non possiamo - come purtroppo avviene soprattutto in Italia - restare ancorati al fatto che ci sono stati dei bellissimi giardini, non possiamo continuare a lavorare solo al restauro dei giardini storici, restauro del resto non significa fare di quei posti dei luoghi che pi che nella visita non possono sperare, solo da conservare e visitare: Villa Borghese non un posto dove la gente vive.
Recentemente, in Danimarca, ho visitato il Giardino dell’Universit di Aarhus realizzato da Carl Theodor Sørensen. Il paesaggista danese ha usato in tutta vita quasi solo querce, non solo, ma in questo campus ha piantato le querce che poi sono morte tutte e Sørensen le ha ripiantate da semi e da questi sono rinate le piante: oggi un’universit bellissima. C’era un teatro all’aperto con tre o quattro ragazzi che suonavano, ed era pieno di studenti che tranquillamente si godevano il luogo, vivevano il giardino. Delle ragazze si erano fatte delle orecchie da conigli di carta e giocavano. Un’atmosfera bellissima, come da noi, che avremmo il clima pi adatto, non succede. Accade perch l c’è un senso della collettivit che da noi non c’è. Quindi il tema dell’uso del guardino una grosso problema aperto.
D.: Oggi alcuni paesaggisti indagano sui nuovi modi di vivere e reinventare lo spazio pubblico. Si possono vedere degli spazi pubblici possibili in porti, fabbriche e aree abbandonate che vengono ricolonizzati come spazi pubblici per concerti, sports estremi, happenings, luoghi di incontro. E cos nell’articolo da Lei pubblicato alcuni anni fa su Casabella , “Spazi-rifiuto, spazi-scoria, spazi-scarto, additava proprio nell’indeterminatezza delle aree di risulta, o degli spazi abbandonati dalle attivit industriali e produttive, l’occasione di spazi aperti disponibili per attivare nuovi paesaggi. Ritiene che i “terrain vagues dei nostri territori urbani ed extraurbani possano diventare paesaggi da ricolonizzare?
R.: Direi senz’atro. Ovviamente dipende da dove si trovano. Per esempio la Pianura Padana un tempo era un’area di boschi, di querceti, poi successo che, per fatti storici con l’avvento dell’agricoltura diffusa, stata coltivata per frammenti. Ma in quanto zona agricola, tutta quest’area non stata mai progettata secondo un piano premeditato, e tra i campi sono rimasti degli spazi di risulta non coltivati, che si vedono anche semplicemente attraversandola in macchina o in treno. Questi sono diventati spazi per baracconi, depositi e oggetti non ben identificabili. Oggi un “paesaggio della Pianura Padana non esiste e non si pu riconoscere: la Pianura Padana non ha pi un paesaggio che possa essere inteso come identificativo del luogo: un paesaggio rovinato.
Poi ci sono degli spazi perduti, come quelli delle cave dismesse per esempio, che possono essere riqualificati e si possono utilizzare, ma bisogna riqualificarli in funzione dei loro rapporti di connessione con il territorio. Bisogna che abbiano diverse possibilit di accesso da luoghi vicini, affinch servano ad una collettivit per essere usati, ci deve essere qualcosa che funzioni per richiamare la gente, devono essere posti che in qualche modo attraggono. C’è, a Monaco, l’Olimpia Park che, nato per le Olimpiadi del 1978, diventato qualcosa, ha trovato una forte identit, con le attivit sportive che contiene: “qualcosa e come tale si riconosce.
D.: Allora importante allora ritrovare e riconquistare l’identit di questi luoghi. Questa identit pu essere inventata oggi dal paesaggista?
R.: Certamente s. Il guaio che oggi qui in Italia i nostri architetti e paesaggisti hanno poca fantasia. Nel caso di Sørensen, lui ha inventato il luogo realizzandolo tutto con le querce e rendendolo tutto fruibile: non le ha usate come moduli, ma le ha pensate ciascuna per un luogo “suo. Le ha piantate in modo che ci si possa passeggiare in mezzo, ci si possa sedere sotto, si possa non vedere gli spazi tra i tronchi; c’è un teatro che non che una serie di scalini in uno scavo del terreno : eppure c’è una vitalit, una presenza del pubblico che straordinaria. Io vorrei tanto vedere qualcosa di simile qui e non lo vedo.
D.: Un intervento di paesaggio allora pu avere una valenza sociale, una sua etica capace di avere un senso per le collettivit?
R.: Certamente. Tornando al caso di Sørensen, nel quartiere residenziale di Naerum Vaenge Naerum, ha fatto anche degli schräbergärten (che sono dei piccoli giardini inventati in Germania all’inizio dell900, pensati come orti e spazi esterni per le famiglie che abitano negli edifici sociali a pi piani senza spazi verdi) in cui ognuno coltiva le sue piante e pu passare il tempo libero. Sørensen li ha disegnati come un insieme di spazi a forma di losanga, circondati da alte siepi; tra una e l’altra ha lasciato il prato e dentro ognuno va a trascorrere il sabato e la domenica; molti sono kitch con i nanetti e tutto il resto, ma non si vedono da fuori, tutti hanno la loro libert di farsi il proprio giardino, ma l’insieme risulta straordinariamente omogeneo.
Poi ha progettato una sorta di canyon su un fiumiciattolo, portando dei grossi massi di granito che vengono dai ghiacciai lungo il corso del fiume, e i contadini che vivono nei paraggi hanno potuto incidere su ogni masso i segni del loro territorio, come si sviluppato sia quello agricolo che quello inutilizzato, e tutto questo spazio coperto di erica ed bellissimo; un percorso tra i massi racconta cos tutta la storia di questo paesaggio.
In Danimarca c’è una cultura collettiva, in cui il senso del sociale storicamente radicato. In Italia le cose sono pi difficili, per bisogna avere il coraggio di inventare, di provare qualcosa. Non si pu continuare ad andare avanti con il restauro. Perch il restauro non risolve i problemi del pubblico. La gente ha bisogno di luoghi da frequentare per fare “qualcosa e divertirsi nei fine settimana: un giardino storico offre degli spazi bellissimi, ma nulla di pi.
Il tema di lavoro importante, e non solo per i paesaggisti, ma per gli architetti in generale, quello di inventare degli spazi e delle funzioni.
Ma il fatto che gli architetti italiani sono presi solo da se stessi; e hanno progettato quartieri come lo Zen di Palermo che oggi un problema sociale oltre che urbanistico, prodotto di un’architettura razionalista ben lontana dalla cultura del paesaggio che inizia a diffondersi solo adesso in Italia.
Si pu assumere come esempio il caso del Teatro d’Opera. Ho visto, vivendoci in mezzo, che il Teatro d’Opera ad un certo punto finito, ma la gente non ha smesso di amare l’opera come spettacolo; e infatti Notre Dame de Paris ha poi avuto migliaia di spettatori. E non il cinema con gli effetti speciali: l c’è la musica, ci sono i costumi, le luci, il balletto, ci sono degli elementi che hanno costituito e continuano a costituire degli elementi di attrazione.
Analogamente se al pubblico non siamo capaci di dare qualcosa che richiami l’attenzione, i giardini e i parchi non possono trovare una loro vita e identit. Facciamo delle cose che attraggano il pubblico!
Come la gente va a vedere un musical come Notre Dame de Paris, oggi il pubblico vuole qualcosa d’altro.
proprio il punto di partenza che diverso: occorre partire da cose che attraggono il pubblico, in cui la gente possa riconoscersi e trovare un’espressione di identit del proprio patrimonio culturale.
Il narcisismo dei nostri architetti mortale! Tant’è vero che in questo campo non si fatto praticamente nulla.Il problema che gli architetti non inventano nulla con il paesaggio. Gli alberi sono stati usati dagli architetti solo come moduli e filari per fare un viale, anche se non inizia e non finisce da nessuna parte: una mentalit talmente chiusa e modulare, geometrica che non riesce a capire la finalit di un luogo.
Ai miei studenti do il tema di un parco a grande scala, sono circa 1300 ha, e i ragazzi possono dispiegare tutta la fantasia possibile per inventare questo grande parco che va da Ferrara al Po.
Tanti pensano che il paesaggismo sia una disciplina astratta. Invece all’interno del paesaggio che ci devono essere queste cose, che si deve creare un’attrazione di qualche tipo.
D.: Negli ultimi venti anni, anche in Italia, da una parte si formata una coscienza ecologica, dall’altra si sono affermati dei paramentri estetici che attingono il loro repertorio all’arte contemporanea, alle visioni che il cinema o la fotografia restituiscono della realt. Queste cose in qualche modo ritornano nel paesaggio, soprattutto nel lavoro dei paesaggisti pi giovani. Le capita di riscontrare un’attitudine progettuale pi aperta che nei tempi passati?
R.: C’è, ma ancora molto debole in Italia. La Land Art sorta in America, non ci sono interventi del genere in Italia: qui siamo rimasti attaccati a fili del razionalismo ormai quanto mai labili.
Le discipline ambientali hanno un campo di azione importante e il risveglio all’ambientalismo va benissimo, ma rimane spesso legato ad una condotta volta alla conservazione e al ripristino che non ha senso rispetto alla natura dinamica della vita delle piante e del paesaggio.
Di recente ho dato una mia relazione sul restauro, a Parma, della Reggia di Colorno. C’era il giardino romantico, poi passato in mano al manicomio e dunque fortemente manomesso. Io volevo valorizzare quei grandi alberi che appartenevano al giardino romantico e che sono quelli che devono costituire l’anima di questo giardino, volevo quindi eliminare tutte quelle piante sorte in seguito accanto, e in questo sono stato osteggiato dai tecnici dalla Proloco. Volevano fare un bosco in un “giardino romantico, che quello che dava la sua identit al luogo per la storia di quel parco.
Un parco importante per quelli che sono i suoi elementi vegetali, che hanno un valore di elemento anche monumentale o scultoreo, che necessitano dello spazio necessario per rispettare e valorizzare la loro natura specifica. Poi si fa l’equivoco di ricorrere alla botanica. Ma la botanica una scienza. Il giardino non si fa con la botanica. Il giardino si fa con lo sguardo e con i nostri sensi.Deve trasmettere delle sensazioni, con i suoi elementi artificiali e naturali.
Da parte degli ambientalisti, poi, si prendono delle posizioni talvolta estreme, come nel caso delle pale eoliche, che possono in qualche modo essere elementi di un paesaggio, anche colorati o disposti secondo un progetto artistico, e rappresentano una risorsa energetica importante per il futuro.
Anche il singolo che fa il giardino, a parte i nanetti e gli abeti di natale, libero di esprimersi nel suo spazio privato; ma in una lettura globale del territorio, l’unit del paesaggio, l’entit da progettare: il giardino uno spazio in continua evoluzione.
D.: Per Lei dire giardino e dire paesaggio la stessa cosa?
R.: No, non la stessa cosa: intanto il paesaggio un cosa pi vasta e pi comprensiva.
Di solito quando dico giardino mi viene in mente uno spazio limitato, penso subito al giardino privato di una famiglia, ad un fatto privato, quasi personale, anche perch impossibile non associare il giardino all’idea della cura di un’attenzione costante richiesta da un insieme organismi vivi che cambiano, si trasformano e invecchiano. Nel paesaggio invece operano tante delle cose esistenti, che ci sono, quanto degli elementi che noi mettiamo nel paesaggio, o che vogliamo salvare. Per esempio adesso sto lavorando a San Gimignano, dove stiamo abbattendo tutti i Pinus pinea piantati nel tempo dal Corpo Forestale dello Stato, perch sono estranei al paesaggio senese e coprono tutte le mura della citt. Ma ci vuole molto coraggio per operare in maniera tanto radicale.
Poi c’è stata in Italia la Riforma Gentile che stata molto importante, e tuttavia a scuola ai bambini non si insegna cosa sia una conifera o a distinguere tra un fringuello e un passero. Io ho visto architetti con cui mi sono trovato a lavorare che non riconoscevano un pioppo da un olmo, e anche le scuole di architettura e adesso i nuovi corsi specialistici di paesaggio, non trasmettono questi semplici elementi che altrove si imparano da bambini alle elementari. Sapendo riconoscere le piante, le si pu usare secondo la loro identit, a partire dalla quale si pu lavorare e creare qualcosa di espressivo.
Cos si possono usare le componenti vegetali del giardino non come moduli, ma come elementi capaci di significare qualcosa, e di trasmettere sensazioni.
D.: Quale Le sembra che sia la sfida principale dell’architettura del paesaggio oggi e per il prossimo futuro?
R.: La creazione di una cultura del paesaggio, da vivere. Di aprire dei parchi che attraggano la gente, per cui la gente si trovi bene, non detto che debbano essere come l’Olimpia Park, sportivi; non detto che debbano essere, come Disneyland, un puro divertimento di spettacolo, per devono dare qualcosa che attiri il pubblico.
Come la caccia non c’è pi, come le parate non si sono più… bisogna trovare quali siano oggi gli elementi che permettano di “vivere lo spazio aperto. Occorre inventare! Senza invenzione non si fa niente, dal giardino del singolo al paesaggio, la necessit dell’invenzione utile, sempre.
Grazie mille professore!
|

Diario Leonardi

Forum:
nonsologiovani o nonpiùgiovani?

Tirocinio

Interviews:
Giuseppe Mannino.
A cura di Pascali/Rocchi
Presidente del Consiglio Comunale di Roma.

Architects
Alberto Meda

Architetti nel pallone
la squadra di calcio dell'Ordine di Roma
|



|